BERTRAND RUSSELL È SOPRAVVALUTATO

Tutto ha inizio con il post (datato 25 giugno 2012) dell’amico TU, dal titolo LA TEIERA DI RUSSELL sulla mia pagina di Facebook https://www.facebook.com/kuphasael.thorosan a cui fece seguito la mia risposta dal titolo BERTRAND RUSSELL È SOPRAVVALUTATO.

TU: Nel 1952 Bertrand Russell mette nero su bianco l’elementare, intuitiva verità che l’esistenza di Dio tocca dimostrarla a chi l’afferma.
Nessuno può provare che qualcosa non esiste: se mi si parlasse dell’esistenza di un branco di elefanti rossi, potrei dimostrare che non è vero? Certamente no: è quella che si chiama probatio diabolica, la prova del diavolo, quella impossibile. Ma tocca a me dimostrare che quel maledetto branco non esiste, o tocca a chi afferma di averlo visto provarne l’esistenza?
Ho parlato assai; cedo la penna – anzi, la tastiera – a zio Bertie:

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra, in un’età illuminata, o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

IO: Caro amico mio,
ti ringrazio per aver rivolto i tuoi pensieri alla mia persona.
Seguo sempre con interesse Colui o Coloro che hanno un pensiero (meglio molti :-)) divergente dal mio. Ma, bando ai convenevoli. Prima di esplicitare la mia tesi, ti ricordo che il “Soggetto” in questione  è stato, probabilmente anzi, senza probabilmente, sicuramente, Colui che più di altri ha influenzato il mio pensiero giovanile. Tutto cambiò, però, il giorno in cui arrivò tra le mie mani la sua opera “La conquista della felicità”.
Mio commento al libro: «tutto qui!».

Da quel momento, piano piano, cambiò il mio atteggiamento reverenziale nei suoi confronti.
Alla luce, poi, di quel poco che so oggi, come ti ho detto ieri (per domani vedremo 😀 ) Bertrand Russell è sopravvalutato! L’unico rammarico è che non sono il solo a sostenerlo (sic!). Voglio dire che mi avrebbe fatto piacere essere il primo; ma, si sa, nella vita c’è sempre qualcuno che arriva prima di noi. 🙂
Sul perché altri ritengano che Bertrand Russell sia sopravvalutato lo lascio alla tua ricerca, anche perché non ho alcuna intenzione di andare a sfogliare i miei libri per poterli citare :-). Sul perché io ritengo sia sopravvalutato è presto detto e per farlo mi servirò proprio del tuo “post”.
Prima di analizzare le parole di Russell, permettimi di autocitarmi (non perché io sia “megalomane”, ma semplicemente perché ho già dato al riguardo 🙂 )

 «Esiste un “bene” (nel senso di “aspirazione”, nel senso di “verso” cui tendere): la Sapienza.
Esiste un male (nel senso di “allontanamento”, nel senso di “verso” opposto a quello precedente, quindi verso da non percorrere, ma da tenere in debita considerazione): l’Ignoranza.
Entrambe facce della stessa medaglia: la Conoscenza.
La Conoscenza è un processo continuo, ininterrotto, e procede da vita a vita (se sei ebreo, cristiano o musulmano), da reincarnazione  a reincarnazione (se sei buddhista o qualcosa di simile), da trasformazione a trasformazione (se sei sulla Via della Conoscenza). Inoltre, sulla strada della Conoscenza non esistono certezze».
[Tratto dal capitolo “Karma e Reincarnazione” del libro “Infinito, Zero, Punto” di Kuphasael Thorosan] http://www.archeboli.it/libri-menu/libro-1-rosso-bagliori-di-verita/parte-i-si-infinito-zero-punto

 Come è mia abitudine dividerò quanto detto da Russell, in frasi, così che sia più chiaro il mio, ma soprattutto il suo, pensiero.

 Frase 1. Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi.

– Fermo restando che chiunque è libero di dire quello che vuole, purché abbia la “comprensione” di quello che dice (non introduco la “coscienza” e la “consapevolezza”, perché non voglio intrufolarmi in un vespaio, non essendo questa la sede opportuna), mi chiedo: «ma Russell ha mai sentito parlare di “lato oscuro della Luna”, ossia quel lato che noi non possiamo vedere neanche con il “più potente dei nostri telescopi”?» Se la risposta è sì, allora che bisogno ha un soggetto di “aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi”.  Se la risposta è no, allora, per quanto mi sforzi, proprio non capisco perché uno dovrebbe “aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi”.
Che vuoi farci, amico mio, un genio, per quanto sia genio, è pur sempre un uomo, ed in quanto uomo, prima o poi, deve attaccarsi alla sua “pipa”. Vuoi sapere in cosa consiste la “pipa” di Russell? La “pipa” di Russell è la sua “fede” (nota la parola e l’ironia della parola) cieca nella “scienza”. Qualsiasi telescopio, per quanto potente possa essere, può rilevare solo le “teiere” che riflettono la luce. Se la teiera non dovesse riflettere la luce, mi dispiace per Russell, ma soprattutto per il più potente dei telescopi, non può essere rilevata.

Frase 2. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie.

– Questa frase proprio non la capisco. O c’è un errore nella traduzione dall’inglese all’italiano, oppure incominciano a venirmi dei seri dubbi sulla capacità di Russell di essere “razionale”, “logico”, come immagino, e sottolineo immagino,  molti ritengano Egli sia.
L’asserzione che «esiste una teiera che orbita tra la Terra e Marte in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica», infatti,  non è smentibile, alla luce di quanto affermato nella Frase 1 e nel mio commento alla Frase 1.
Non voglio neanche commentare poi l’affermazione “dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana”, perché avrei bisogno di più spazio e di fare alcune premesse. Il pensare che esista qualcosa che nella “Manifestazione” sia vera al 100%, non tiene in debita considerazione cosa sia la “Manifestazione” medesima.
Sappi, dunque, amico mio, che io dubito, dubito, dubito sempre. Al riguardo rivedi la mia citazione tratta dal capitolo “Karma e Reincarnazione”.
E’ evidente in questa frase l’errore (vogliamo chiamarlo “logico”, non ho altro modo per definirlo) di Russell: fare delle supposizioni, delle ipotesi, false lo porterà inevitabilmente ad una tesi falsa. Ma Russell non lo sa!

Frase 3. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra, in un’età illuminata, o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

Su questa frase potrei anche sorvolare tranquillamente, avendo Russell una “gran confusione” in testa. Però ci sono, quindi, completiamo il lavoro. La faccio breve, anche se andrebbe sviluppato il tutto. Russell, per confutare la parola “Dio”, e sottolineo la parola, non l’essenza di ciò che quella parola contiene, si serve delle debolezze umane.
Ma questo cosa ha a che vedere con QUELLO?

Caro, amico mio, spero di non essere stato troppo prolisso e di aver soddisfatto in parte la tua richiesta. Vorrei farti dono di una poesia  tratta dalla Bhagavad Gīta:

Non nasce, non muore.
Non è cosa che un giorno cominciò ad esistere
E che andandosene non esiste più.

TU: Avrei tanto da replicarti, amico mio dall’improbabile nome esotico, ma l’argomento è serio e ponderoso e, come tale, richiede tempo e lucidità: ora, per me questi sono giorni di scadenze pressanti, sto lavorando anche sabato e domenica e il tempo lo troverei quasi solo di notte, quando la spia delle mie modeste facoltà intellettuali segna rosso fisso (con ciò non intendo affermare di esser lucido dopo una buona dormita, ma questa è un’altra storia).
Grazie per i versi, te ne regalo uno anch’io, è di Saramago e mi pare un buon modo per chiudere queste brevi righe interlocutorie:
Parla per me, silenzio, ch’io non posso.
Un’osservazione flash sui versetti della Bhagavad Gītā, che mi hanno evocato le parole di un grande che amo molto: Carmelo Bene, il quale affermava di non essere mai nato e, dunque, di non poter morire. Eppure sulla sua tomba – cimitero di Otranto – C’è un’insegna recante, come ogni tomba che si rispetti, una data di nascita e una di morte. C’è differenza tra la suggestione delle parole e la bruta realtà dei fatti.

IO: Caro TU, siccome avremo modo di vederci, potremo approfondire l’argomento “a viva voce”. Per il momento posso anticiparti che la tua affermazione contiene un errore metodologico, consistente nella “confusione” tra la parte “grossolana”, la parte “sottile” e la parte “informale” dell’Essere, per non dire dell’Immanifestato. Un abbraccio

TU: se per te parte grossolana dell’essere significa la persona che cammina, mangia, lavora, dorme ecc., Carmelo Bene è nato ed è morto, come ognuno di noi. Della nascita, della vita e della morte ciascuno ha esperienza diretta. Quando schiacci una formica, quella muore. Si chiamano fatti, questi. Incontrovertibili, sono sotto gli occhi di tutti. I fatti non sono opinabili, sono e basta. E’ un fatto che io sia X di nome ed Y di cognome, nato a Bari nel 1956 e che ad oggi, 28 giugno 2012, io sia vivo.Tutto il resto è aria fritta. Le presunte parti sottili e informali dell’essere sono, appunto, presunte: io non le ho viste, nessuno fra quelli che conosco le ha viste e chi crede di averle viste andrebbe visto lui, a mio parere, da un buon collegio medico, che ne accerti la salute mentale.
Sono stato chiaro, professore? I pifferai magici e gli incantatori di serpenti su di me non hanno effetto.
Chi sei tu per affermare che la mia affermazione contiene un errore metodologico? Qual è il tuo metodo, quello di dar per certe fantasiose illazioni sincretiche? Io preferisco l’ovvio e il banale quale strumento metodologico.Quando vuoi farti un tressette mi trovi sempre a disposizione: carte napoletane – roba grossolana, né sottile e né informale – e regole certe, tipo che se non stai piombo a un palo devi rispondere e chiacchiere non ce ne vogliono. Come a un semaforo rosso o a un passaggio a livello chiuso ti devi fermare, senza troppa filosofia.

IO: Caro TU, a volte – anzi sempre – le parole sono ingannatrici, soprattutto quando non ci si mette d’accordo sul significato da dare alle singole parole.
Mi pare d’intuire che attribuiamo alle parole “grossolano o corporeo ” , “sottile o incorporeo ” (insieme costituisco l’aspetto “formale” dell’essere) ed “informale”, significati diversi. Mi sembra che sul “grossolano o corporeo” siamo più o meno entrambi d’accordo, anche se l’argomento andrebbe approfondito, magari davanti un buon bicchiere di vino 🙂
Sul “sottile o incorporeo” e sull’ “informale”, invece, credo, che dovremo trovare un accordo. Mi è parso d’intuire che tu attribuisca loro un significato “metafisico”. Mi sbaglio? Tu sai quanto a me non piacciano determinate parole, perché sembra che dicano chi sa cosa, in realtà non dicono un bel niente. “Metafisica” è una di quelle. Purtroppo entrambi sappiamo che difficilmente potremo trovare un termine migliore per cercare di individuare qualcosa che vada oltre la “fisica”. Qui nasce un problema: «cosa è la fisica»? Di ciò spero di poter parlare con te in un’altra occasione. Ora mi preme trovare insieme a te un significato per “sottile o incorporeo” e per “informale”.
Per me, e non soltanto per me, “sottile” significa semplicemente ciò che resta in ognuno di noi dopo un’esperienza, ossia ciò che ti rimane, dopo che i tuoi sensi hanno portato all’interno di te l’esperienza fatta. Purtroppo, in questo momento non trovo una terminologia migliore. Spero che un esempio aiuti a chiarire il mio pensiero. “IO” ed altri amici – tra cui Alfredo 🙂 – vanno a cenare insieme. “IO” mangia, discute, osserva le persone sedute agli altri tavoli, percepisce gli odori, i suoni, ecc. Tutte queste sensazioni, vengono portate all’interno di “IO”, dove si trasformano da una parte in “emozioni” e dall’altra in “pensieri”. Alle suddette “emozioni” e “pensieri” possiamo dare il significato di “manifestazione sottile o incorporea”.
Non è proprio così immediata o semplice la cosa ( perché dovrei parlarti dei sogni e di quanto ad essi legato) ma, per il momento, credo di aver dato un’idea di cosa bisogna intendere per “sottile o incorporeo”. Come vedi niente di metafisico o di trascendentale. Le emozioni sono poi immagazzinate, memorizzate in “IO” in qualche “posto” ovvero in qualche “organo”. Qual sia l’organo preposto alla memorizzazione delle emozioni e dei pensieri se ne può discutere. Ti anticipo che per me non è il “cervello” l’organo preposto a memorizzare le emozioni. Ma ripeto non è ora il caso di entrare nei dettagli, anche perché esula dai fini che ci siamo proposti, cioè dare un significato alle parole “sottile o incorporeo”.

Come vedi, alla luce di quanto detto sopra, è non “corretta” l’affermazione che non ne hai mai fatto esperienza.

Vediamo ora se mi riesce di spiegare in qualche modo l’informale. Per “informale” bisogna intendere ciò che non ha “forma”. Bella scoperta mi dirai! Il problema è, come al solito, cosa è la cosa in sé? Insomma cosa è la “forma”? Perché spiegata la forma potrei anche capire cosa è la non-forma.
Per “manifestazione formale”, ossia per “forma” dobbiamo intendere ciò che è, ad un tempo, “grossolano o corporeo” e “sottile o incorporeo”. Purtroppo non se ne viene fuori. Con le parole non si arriva mai troppo lontano. Le parole ingannano e limitano. Per questo bisogna entrare nella parola.
Ora potresti dirmi: «fammi un esempio di cui io possa fare l’esperienza e così il problema è risolto». Giusta osservazione! C’è un piccolo problema però: «come farai a percepire l’esperienza della non-forma, ossia dell’informale, con i sensi? I sensi, abbiamo detto prima, ti permettono di osservare, di captare solo ciò che ha una forma. Bel problema!
Eppure si può pervenire a “percepire” l’informale, ma per farlo dobbiamo partire dal formale. Ricordi il “giochetto” che ho fatto quando siamo andati a cena? Ciò che ho cercato di trasferire, forse vanamente, era proprio l’idea dell’informale, partendo però dal formale.
Tu affermi di non averne mai fatto esperienza. Io invece affermo che ne fai continuamente esperienza, solo che non gli attribuisci il significato di “informale”.
Anche in questo resta il problema d’individuare l’organo preposto alla memorizzazione dell’informale. Come detto sopra, però, non è questo il problema che ci siamo proposti, cioè dare un significato alle parola “informale”.
Converrai con me , almeno spero, che l’affermazione che «tutto il resto è aria fritta. Le presunte parti sottili e informali dell’essere sono, appunto, presunte: io non le ho viste, nessuno fra quelli che conosco le ha viste e chi crede di averle viste andrebbe visto lui, a mio parere, da un buon collegio medico, che ne accerti la salute mentale», lascia un po’ a desiderare.
Ora mi dirai: «Ma cosa diavolo c’entra tutto questo con la morte?»
Ti riporto la tua affermazione: «Carmelo Bene è nato ed è morto, come ognuno di noi. Della nascita, della vita e della morte ciascuno ha esperienza diretta. Quando schiacci una formica, quella muore. Si chiamano fatti, questi.»
Io mi sono permesso di dire che c’era un errore “metodologico” nel tuo modo di argomentare. Vorrei essere più esplicito, perché non voglio dare la sensazione di essere “arrogante”, la qual cosa mi dispiacerebbe. Tu dici che hai fatto esperienza della nascita, della vita e della morte; io invece sostengo che tu non hai fatto l’esperienza della nascita e della morte. L’unica cosa di cui, forse, facciamo l’esperienza è quella della vita. Mi dirai ma io faccio continuamente esperienza della nascita e della morte. Vedo bambini nascere, piante nascere, animali nascere ecc. Vedo uomini morire, animali morire, piante morire. Vero ti rispondo io, ma le nascite e le morti che vedi non sono la tua, e sottolineo la tua nascita e la tua morte. Tu puoi solo affermare che si nasce e che si muore. Ma non puoi affermare di sapere cosa sia la nascita e la morte, perché di esse non ne hai mai fatta esperienza .
Ora dovrebbe essere più chiaro cosa intendo quando dico che c’è un errore metodologico. A tutto ciò, poi, resta da aggiungere e quindi comprendere cosa accade alla manifestazione “sottile o incorporea” e a quella “informale”, dopo la morte “corporea o grossolana” di “IO”, ma questa è un’altra storia.
Un abbraccio

P.S. Da quanto si evince sopra dovrebbe essere chiaro il motivo per cui ritengo fondamentale, indispensabile un “Gruppo” che, con l’ausilio di un “Blog” e partendo da Racconti della Tradizione, ma non solo, entri nella “Parola”. Per due uomini “comuni” è quasi impossibile comprendersi se non fanno uso di un “vocabolario comune”. Resta il problema di come creare un vocabolario comune, cosa non propriamente semplice. Ma questa è un’altra storia.

Ho cercato di far comprendere, con un linguaggio un po’ provocatorio per la verità :-), specificando però di non affrettare il giudizio, quanto scritto sopra in un Club del Libro, i cui iscritti, beati loro, gongolano felici e contenti leggendo libri, senza porsi minimamente il problema. Sono convinti, nel loro sogno, di comprendere ciò che leggono e, non solo, sono convinti che chiunque legga lo stesso libro comprenda più o meno allo stesso modo. Certo con leggere sfumature, altrimenti cosa ci sta a fare il Club del Libro? Volete sapere come è andata a finire? Dovete chiederlo esplicitamente, perché io ho detto, per il momento, abbastanza 🙂 🙂 🙂

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About Thorosan

Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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