About Thorosan

Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

Il Logos trascendente della natura vivente

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La Fede e l’Intuizione del Logos Cosmico

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Hanami Sakura – Ciliegi Fioriti

Da vedere ed ascoltare


Ogni anno, in primavera, tra i primi di aprile e la metà di maggio, il Giappone rivive la festa dei ciliegi in fiore, Hanami. E’ commovente e poetica la partecipazione dei giapponesi a questo evento: in tutti i Parchi si riversa una moltitudine di persone che intende godere dello spettacolo dello sbocciare del fiore del ciliegio( Sakura) .

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I Due Ciliegi Innamorati

La versione video dei “Due ciliegi innamorati” Voce: Arturo Delogu
Sei sei interessato all’articolo con relativo commento:
http://www.archeboli.it/2012/07/06/i-due-ciliegi-innamorati/

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Hugo Simberg, L’angelo ferito ovvero «perché il simbolo?»

the_wounded_angel_-_hugo_simbergPrenderò spunto da L’angelo ferito (1903) di Hugo Simberg (pittore finlandese, 1873-1917), per cercare di spiegare nei limiti del possibile, ma soprattutto delle mie capacità, il perchè del simbolo, avendo già in altra occasione (Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno) introdotto il significato di simbolo.

Ultimamente, ho sentito dire, ma soprattutto ho letto, da parte di alcuni “commentatori” delle premesse interessanti, nonché corrette ed oggettive, almeno ai miei occhi, poi, però, non so per quale strana forma della logica o del ragionamento, le conclusioni  risultano non coerenti con le medesime. Con questo non affermo che le conclusioni dei vari “commentatori” siano in contrasto con le premesse o addirittura errate, ma semplicemente che sono “soggettive” (relative, per definizione) e,  aggiungerei, “arbitrarie”. In altre parole, non seguono il ragionamento fino alla sua “naturale” conclusione e non pervengono, così, a quelle conclusioni che qualsiasi cercatore dotato di “buon senso” definirebbe “non arbitrarie”, per non dire “oggettive”.

Porto come esempio di tale modo di procedere il commento al quadro di cui sopra da parte di su http://zoticone.wordpress.com/2012/09/20/001/ del

  1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.
  2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?
  3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.
  4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.
  5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.
  6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.
  7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 
  8. La paternità di un’opera d’arte non implica di certo la piena comprensione cosciente: anzi, se così fosse il quadro non sarebbe che uno sterile esercizio di stile. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Analisi e commento:

1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.

Che dire? Quando ho letto per la prima volta la suddetta frase sono rimasto alquanto sconcertato, basito direi, e mi sono subito posto la domanda ma «che vuol dire approccio “attivo” e “passivo” all’arte?». «Esiste un approccio “attivo” e uno “passivo” all’arte?»
Poi, ho capito leggendo il seguito.

2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?

Questo è l’approccio “attivo“!!! (ma và? Interessante! :D)

3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.

Questo è l’approccio “passivo“!!! (ah sì? intrigante! :D)

Ma di quale approccio “attivo” e “passivo” stiamo “cianciando”?!?
Non esiste alcun approccio attivo e alcun approccio passivo, a meno che non specifichiamo cosa si voglia intendere con i suddetti due termini.
Se con approccio “passivo” vogliamo far riferimento al fatto che deve essere il quadro a “parlare” e che io devo essere in “silenzio” per poter ascoltare, allora posso anche accettare il termine “passivo”. Il che non significa affatto lasciarsi andare, abbandonarsi ad esso, perdersi nel quadro, che sarebbe una vera iattura. Al contrario, il termine passivo, va inteso alla maniera “orientale”, ossia come “giusta”, “retta”, “corretta” predisposizione alla conoscenza, e non deve in nessun modo essere visto in contrapposizione alla forma “attiva”, che inevitabilmente, prima o poi, deve scattare. Affinché l’opera risulti viva, non deve essere monca, deve possedere entrambe le caratteristiche e deve permettere ai due approcci di coesistere. Voglio dire che l’elenco delle domande poste nella frase 2, devono trovare accoglienza in colui che si pone di fronte all’opera e devono trovare una possibile risposta nell’opera stessa. Ovviamente non sarà la risposta definitiva ma semplicemente una possibile risposta, con caratteristiche di inevitabile relatività, soggettività ovvero oggettività (varia da situazione a situazione), e soprattutto non-arbitrarietà.  In tale contesto le frasi successive risultano coerenti e trovano piena accoglienza in me.

4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.

Sono d’accordo a condizione di riscrivere la frase, nel senso che non è il simbolo ad “adattare il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore”, ma è “l’osservatore che adatta al proprio livello il messaggio universale del simbolo”.

5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.

Questa proprio non riesco a mandarla giù!  Per quale strana forza del destino, per quale mistico mistero, esprimere la propria opinione, la propria interpretazione, il proprio commento, su di un quadro, un racconto, una fiaba, un mito, un albero, una montagna o un fiore, debba essere visto come “imporre la propria individualità agli altri“? Boh, proprio non comprendo! Forse l’autore voleva intendere che: «Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso non aver compreso il valore del simbolo.»
Su questo aspetto devo soffermarmi un attimo, perché è di fondamentale importanza. Leggo sempre più spesso da parte di “commentatori moderni”, proposizioni come quelle di cui sopra, o del tipo «se ci si aggrappa a quello che hanno detto gli altri e si cerca di capire il racconto, la storia, l’opera (in genere) mediante le spiegazioni altrui, si è come un idiota che crede di poter colpire la luna con un palo o grattarsi il piede che prude da sopra la scarpa».
Fermo restando che trovo le due analogie estremamente interessanti, non capisco, però, ripeto, per quale “morboso” motivo si ci debba “aggrappare a quello che hanno detto gli altri“. Perchè? Forse il medico ha ordinato per colazione, pranzo e cena di far proprie le idee altrui? Non credo!
Con le affermazioni di cui sopra si vorrebbe far passare l’idea che, siccome il simbolo è interpretabile a più livelli, e all’interno dei differenti livelli l’interpretazine è esprimibile in modo indefinito, allora tanto vale non ascoltare nessuno, e limitarsi alle proprie sensazioni, alle proprie interpretazioni, alle proprie emozioni, ai propri farneticamenti, aggiungo io, alle proprie fantasie, ai propri fraintendimenti, che rappresentano, se tutto va bene, ossia nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un possibile angolo di visuale. Da dove nasce una simile induzione?
Comprendo perfettamente che il modello occidentale potrebbe essere rappresentato dall’eroe solitario alla maniera dei mitici Gilgamesh, Ercole, Ulisse, Enea, Sigfrido, Dante e altri, ma si dimentica, in questo caso, troppo facilmente, che i suddetti eroi non erano uomini comuni, e anche quando erano tali, penso a Dante, il loro viaggio era accompagnato da illustri Maestri (Virgilio per Dante).
Se per un attimo si mettesse da parte l’idea dell’eroe impavido e solitario, si perverrebbe alla conclusione, analizzando la storia dell’umanità, che il modello ricorrente è quello della “scuola”, del “gruppo” ovvero del “maestro” che trasmette la “Conoscenza”. Che questa poi non possa essere trasmessa in alcun modo e che il Maestro possa solo indicarla – così come il dito può indicare la luna, ma non può mai rappresentare la luna – è un’altra storia, che meriterebbe di essere raccontata, ma non in questa sede.
Personalmente ritengo l’analisi ed il commento, ai fine della “comprensione” e della “coscienza” (per la “consapevolezza” lasciamo stare), ancor più importanti dell’opera medesima (sia essa un quadro, una statua, un racconto, una favola, una fiaba, un albero, una montagna, un fiore, ecc.). Intendo dire che ciò che conta non è ciò che uno dice (per quanto importante), ma lo “sforzo” e la “sofferenza” che deve mettere per poter analizzare e commentare. Insomma, come sempre, la cosa importante è lo “sforzo” e la “sofferenza”. Devi concentrarti al massimo per cercare tutte le possibili sfumature. Di “opere” ce ne sono a migliaia, sono tutte importanti e nessuna di esse è importante. Ciò che conta non è conoscerne quante più è possibile. Così si diventa giornalisti, avidi di informazioni, e non ci saranno mai abbastanza informazioni per colui che è avido. Ne bastano poche, un centinaio, voglio esagerare. Ciò che conta è entrare nell’opera (sia essa un racconto, una fiaba, una favola, una storia, una scultura, un quadro) capire cosa trasmette l’opera, percepire la sua anima. Per farlo purtroppo non è sufficiente una sola persona. Un singolo essere per quanto possa “sforzarsi” e “soffrire” non è in grado di percepire le indefinite sfumature. Per questo motivo c’è bisogno di un gruppo. Ma non un gruppo come quelli su facebook, intendo il GRUPPO, fatto di differenti soggetti con differenti visioni, al limite tutte in contraddizioni tra loro (chiaramente la mia è solo un’immagine iperbolica), ma con in testa un unico fine: la “Conoscenza”. Certo all’interno del gruppo ci sarebbe bisogno di un Maestro, ma nel frattempo che sbuchi quello giusto, all’interno del gruppo sarebbe opportuno acquisire la “giusta” mentalità.

6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.

7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 

Faccio completamente mie le suddette frasi!

Come dicevo sopra … mi dispiace che il “commentatore” dopo aver espresso delle premesse, tutto sommato degne di nota, come quelle espresse nelle frasi 4, 6 e 7,  non concluda coerentemente e si perda in sé stesso (ma non mi aspetto niente di diverso da chi vuole “perdersi”  nel quadro, invece di “entrare”  nel quadro).

8. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Mi sembra ci sia un uso improprio del vocabolo “coscienza”.
Può darsi che mi sbagli, ma ho la sensazione che la “coscienza” venga utilizzata come il contrapposto di “incoscio”. In altri termini la parola “coscienza” sembra voglia indicare la parte “razionale-conscia” dell’essere, l’Io-attivo, però da intendersi come specificato nella frase 2, in contrapposizione all’inconscio, l’Io-passivo, da intendersi come specificato nella frase 3 . In altre parole, mi sembra di scorgere una visione psicologica moderna del termine “coscienza”. Se così fosse non posso che dissociarmi, ancora una volta.

Dalle mie parti, e per fortuna non solo dalle mie, per coscienza s’intende qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell’ambito psicologico (cioè lo stato o l’atto di essere consci, contrapposta all’inconscio: esperienza soggettiva di eventi o di sensazioni), psichiatrico (cioè la funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno), filosofico (cioè l’attività, distinta dalla consapevolezza, con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere specifico), etico (cioè la capacità di distinguere il bene e il male per comportarsi di conseguenza, contrapposta all’incoscienza).

Il termine coscienza deriva dal latino cum-scire , ossia “sapere insieme” ed indicava originariamente un determinato stato interiore di un individuo che può in qualche modo descrivere e comunicare ad altri.
Anticamente era molto diffusa l’idea (per fortuna oggi ripresa dai cercatori più attenti) che l’uomo, fosse dotato di tre centri, relativamente indipendenti, chiamati “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”. I suddetti centri, sul piano della manifestazione formale corporea o grossolana, possono essere collocati rispettivamente: in una parte dell’encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell’uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene coscienza indicava, ed indica, quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (appunto “sapere insieme“) che, se raggiunto, permetteva all’uomo di elevare il proprio essere. Bisogna quindi intendere con il termine coscienza, secondo la psicologia tradizionale (non quella moderna) una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All’inizio vi è comprensione, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza. Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico, che si protrae nel tempo, può essere identificata come un vero e proprio processo.

Ma, anche mettendo da parte, per il momento, la “scienza tradizionale” (eventualità assurda e che io non farei neanche sotto tortura), per quanto mi sforzi, proprio non riesco a comprendere come si possa escludere la “coscienza”, anche intesa nella forma restrittiva moderna, vuoi in senso psicologico, psichiatrico, filosofico o etico, nell’atto creatico. A meno che non si voglia far diventare, da una parte, l’artista uno zombie posseduto da forze interiori del tutto soggettive (e sottolineo soggettivo, perchè l’inconcio è legato al singolo, nel senso che due inconsci non sono paragonabili, rapportabili) e, dall’altro, il fruitore dell’opera, una sorta di sonnambulo, perso nelle sue fantasie inconsce. A proposito di “zombie” e “sonnambuli”, se ti va di leggere una versione ironica del “dormiente” nelle sue sette componenti o parti (lo zombie, l’inadeguato, il succube, il sonnambulo, il beato, lo scalatore, il potente) ti consiglio di leggere, senza ombra di dubbio :D, il capitolo 2 del mio Infinito, Zero, Punto, Uno.

Se, poi, per inconcio si volesse far riferimento non a quello “individuale”, “soggettivo”, ma a quello “collettivo”, di “junghiana” memoria, quindi facendo appiglio alla psicoanalitica, allora si potrebbe trovare un possibile punto di equilibrio. Sorge però spontanea la domanda: perché dovrei cercare possibili appigli al fine di scalare una montagna per scoprire, magari dopo, che la vetta non m’interessa e non mi stimola? Perchè dovrei navigare a vista per mari tempestosi, quando posso tranquillamente starmene in un porto e aspettare che le acque si calmino, così da riprendere dopo il mio viaggio? Perché, insomma, dovrei mettere da parte la concezione di “coscienza” derivante dalla tradizione, e abbracciare terminologie più o meno incomplete, con tutto ciò che ne consegue?
No, grazie! Al “moderno” preferisco l'”antico”, anzi la “Tradizione”.

Piccolo memorandum per un commento: chi o cosa è l’angelo? il bambino di destra? il bambino di sinistra? il mazzolino di bucaneve? il rigagnolo? il lago o il mare? le montagne? il cespuglio? ecc. Ed il quadro nel suo insieme chi o cosa dovrebbe essere, o dovrebbe rappresentare?

Sempre se hai tempo, e la cosa non disturba il tuo psichismo, ti invito a vedere il video sottostante. Mi sembra il tipico caso in cui, prendendo un’opera famosa e interpretandola arbitrariamente, si ritenga di aver fatto “arte”. Lasciamo perdere il testo della canzone, ma, secondo te, esiste una relazione tra l’angelo del video e quello del quadro? Esiste una connessione tra i due ragazzi del video e quelli del quadro? e il paesaggio? Lasciamo perdere! Quando si rimane al primo livello (quello letterale) di un’opera simbolica, è ovvio che vengano fuori, poi, delle “idee” che con l’opera medesima hanno poco o nulla a che vedere.

La dottrina sacra del Tempo

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Sulla via cristiana all’unione mistica con Dio

MISTICAIntendiamo qui occuparci del sentiero mistico cristiano visto esclusivamente nella prospettiva dei contemplativi attivi, e non in quella relativa a coloro i quali devono i loro beni spirituali esclusivamente ai doni gratuiti della Grazia divina.
Innanzitutto, bisogna distinguere tra contemplazione diretta e indiretta: la prima appartiene solo allo spirito, il quale conosce, senza ricerca, senza indagine e ragionamento, ma per visione immediata, le verità eterne; la seconda pertiene solo all’anima, la quale conosce per riflessione, attraverso indagine e ragionamento, e nel tempo.
La contemplazione indiretta si realizza quando attraverso il creato si cerca di conoscere il Creatore, giacché il primo è ovviamente per il credente il frutto dell’atto generante ed intelligente del secondo. Il vero mistico, in ogni caso, ricerca la visione diretta di Dio senza alcuna intermediazione, né delle sue stesse facoltà conoscitive, né degli intercessori celesti, quali possono essere i santi o gli angeli.
Consideriamo ora la dottrina di Maestro Eckhart, i cui principii fondamentali sono essenzialmente due: quello del Natale mistico, inteso come nascita spirituale di Cristo nell’anima dell’amante di Dio; e quello dell’unione mistica, intesa come superamento totale di ogni dualità che possa stabilirsi tra Dio stesso e l’amante. In questo senso, infatti, il Maestro distingueva tra Dio (Gott), quale entità divina oggettiva, ossia considerata come totalmente altra rispetto all’amante; e la Divinità (Gottheit), intesa come unica realtà divina assoluta, nella quale la precedente dualità si spegne completamente, e nella quale pertanto si realizza l’unione eterna tra Dio e l’amante. Inutile dire, quindi, che quest’ultima è il fine ultimo di qualunque autentica via mistica, e che pertanto questa non si può considerare se non come un sentiero di unione spirituale totale con l’Assoluto. Quindi, il suo indispensabile presupposto metafisico è che Dio sia l’unica realtà, l’unico essere in assoluto, e che pertanto Esso debba essere concepito esclusivamente come la Realtà di tutte le realtà, l’Essere di tutti gli esseri. Solo in tal modo la molteplicità può essere ricondotta all’Unità, ed ogni dualità, di conseguenza, può essere ritenuta, a condizione di porsi in questa prospettiva, praticamente illusoria.
La sintesi in unità della pluralità, o, preferibilmente, la sussistenza e presenza eterna della seconda nella prima – se non si vuol parlare, in riferimento alla totalità delle creature, di uguaglianza vera e propria tra le due (essendo Dio inteso, ad un certo livello, come Tutto e non come l’Uno assolutamente trascendente tutti gli enti) -, oppure, ancora, il superamento della dualità nell’unità e nell’unicità, nel rapporto Amante/Amato, mistico/Dio, non può quindi che trovare il proprio fondamento ed archetipo, in questo contesto cristiano, innanzitutto nella stessa Trinità divina, la quale è, evidentemente, concepita come Unità divina, giacché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un’unica realtà: il Padre in quanto Amato, il Figlio in quanto Amante, e lo Spirito quale Amore o Unione tra i primi due, ed i tre sono in verità uno, giacché essi sono l’Amore unico nei suoi tre aspetti eterni. In tal modo il monoteismo cristiano viene affermato dai mistici con una forza ancora maggiore rispetto al normale contesto religioso. Per questa ragione, anche, si affermano in prevalenza tutti quei concetti di Dio che appartengono alla «teologia negativa», la quale appunto mira ad affermarne l’assoluta trascendenza attraverso la negazione di ogni possibile attribuzione ontologica e qualitativa particolare, determinata e limitata. La Divinità viene dunque definita di volta in volta quale «Tenebra», «Nulla», «Deserto», etc.; e siccome il mistico si identifica con tale Realtà, e per unirsi con Lei deve necessariamente ad Essa stessa assimilarsi, ecco che la stessa esperienza mistica viene definita e realmente vissuta interiormente come un oscuramento, un annullamento, uno svuotamento dell’io umano, del suo “desertificarsi”. È, ad esempio, il caso dell’esperienza della «Notte oscura» di S. Giovanni della Croce, del tutto paragonabile alla fase della «Nigredo» in alchimia, nella quale la purificazione interiore occupa la parte preponderante.
I presupposti specifici della teoria, se così si può dire, alla base della via unitiva cristiana non possono che essere rintracciati in una interpretazione mistica dei Misteri del Cristo: la sua Passione, la Morte e la Resurrezione non possono che significare che l’umanità dell’uomo deve essere completamente sacrificata affinché la sua divinità possa finalmente risorgere e rivelarsi. In tal senso va letto l’episodio della Trasfigurazione, nella quale il Figlio di Dio non si limita ad affermarsi e disvelarsi quale vero uomo e vero Dio – cosa che in tal modo riguarderebbe unicamente la sua speciale identità, e non avrebbe pertanto alcun carattere di universalità rispetto al genere umano -, ma rivela altresì la natura essenzialmente divina di ciascun uomo, il quale appunto viene così chiamato ad imitare il Messia in quel supremo sacrificio.
Comunemente si ritiene che il profondo desiderio del mistico di unirsi totalmente con Dio dipenda esclusivamente dal suo immenso l’amore per Lui, in quanto Essere infinitamente perfetto e desiderabile quale Bene supremo proprio in quanto la sua assoluta alterità rispetto alla totalità degli enti, nella prospettiva della Sua trascendenza, è la causa prima della sua insuperabile perfezione.
In verità, secondo noi, il mistico non anela ad annullarsi per cedere completamente la propria vita ad un essere che, per quanto divino, è del tutto altro da sé, ma intende altresì liberare il Dio che è prigioniero nella sua stessa forma umana, ossia quel Dio che è il vero sé divino del mistico, così come di ogni altra creatura, e dell’intero universo. Il mistico, quindi, a differenza di tutti gli altri uomini, è capace di intuire che la propria vera identità non è affatto quella umana, ma quella divina. Eckhart infatti, sulla scorta della sua dottrina del «fondo dell’anima», afferma che “l’Abisso invoca l’Abisso”: è solo l’Abisso, cioè il Dio che è prigioniero nell’uomo, ad invocare l’Abisso, cioè ad aspirare alla liberazione totale dalla prigione dell’umana condizione. Questo avviene, come s’è detto, quando nella coscienza umana misteriosamente si produce quell’intuizione, per quanto incerta e parziale – altrimenti già si avrebbe un’autentica illuminazione spirituale -, della propria profonda identità divina, rispetto alla quale quella umana è solo un volto, quasi una maschera. Ritorna qui in mente l’immagine che un paio di volte Plotino impiega per esprimere la scoperta che sorprende colui che è riuscito a convertirsi alla divinità: egli vede che essa è come un’unica testa che possiede infiniti volti, ognuno dei quali corrisponde ad una creatura, ed il suo era solo uno di essi, mentre ora può identificarsi pienamente solo con quell’unico capo divino, o meglio, può essere finalmente certo di essere sempre stato solo quell’unico dio.
Se invece lo slancio spirituale del mistico fosse teso ad un Dio inteso come essere assolutamente altro, non solo si riproporrebbe la dualità tra il Dio ed il mistico, ma verrebbe a mancare il presupposto ontologico indispensabile alla stessa unione spirituale tra i due, poiché, se non fosse vero che la condizione umana non è che una forma della stessa vita divina, sarebbe del tutto impossibile all’uomo elevarsi a quella somma altezza fino al punto di fondersi totalmente con essa, poiché è fin troppo evidente che la distanza tra l’umano, comunemente inteso, ed il Divino, è assolutamente infinita ed incolmabile.
Per conseguire il proprio scopo, affinché appunto risplenda solo l’unica Realtà divina, il mistico deve consacrare a Dio tutti gli elementi e le funzioni sia del proprio essere che della propria esistenza; ogni momento la sua coscienza e le sua vita devono tendere a Dio, e pertanto la sua mente deve cercare di essere il più possibile concentrata sulla Divinità. Si tratta della «preghiera ininterrotta», che, specie nell’«Esicasmo» del Cristianesimo Ortodosso, significa appunto questo stato di concentrazione permanente su Dio, e nel contempo l’esercizio continuo della tensione interiore verso di Lui, e l’apertura costante alla Sua Grazia e alla Sua Presenza. In questo senso, come mi insegnò a suo tempo don Peppino Cutrone, la “capacità” dell’essere umano, non sta in quello che egli riesce a compiere di buono, ma nel suo essere sufficientemente aperto e “vuoto” da accogliere e contenere Dio dentro se stesso. Per questo motivo, il mistico svuota il proprio pensiero da qualunque cosa non sia Dio, ivi compreso se stesso; è lo stesso insegnamento di Plotino: per unirti all’Uno “elimina tutto”. Naturalmente è assolutamente centrale la funzione del Cristo quale unico mediatore tra il Padre ed il mistico, e pertanto l’Eucarestia è il fondamento imprescindibile di ogni sforzo di comunione spirituale con Dio.
Ad ogni modo, non è assolutamente possibile ottenere l’annullamento spirituale indispensabile alla “generazione” di Dio nell’anima, se non dopo aver realizzato sufficientemente una perfetta forma di “impersonalità”, la quale può essere raggiunta unicamente mediante una totale obbedienza a Dio, alla sua Legge, ed all’autorità religiosa che la rappresenta e l’impartisce. L’obbedienza è dunque la via maestra senza la quale è del tutto impossibile percorrere l’ascesa verso Dio.
Quanto alla «morte mistica» dell’anima, e alla «resurrezione» che essa comporta, vale quanto segue: quando tutto ciò che è mortale spiritualmente muore, allora solo ciò che è immortale risorge e si rivela; così come, analogamente, solo quando tutto ciò che è umano viene sacrificato, avviene che il divino vive e rifulge di eterna gloria. E se Dio genera in Se stesso l’uomo, nella Mente divina, – giacché all’infuori di Dio nulla può avere alcuna realtà -, anche l’uomo deve concepire Dio nella propria anima; e se vi riesce, in tal modo si crea un circolo di vita eterna, poiché la fine del processo spirituale coincide con il suo principio; giacché entrambe, com’è evidente, non sono che lo stesso Dio. In verità, infatti, quando il mistico infine riesce a liberare Dio nella propria anima, è lo stesso Dio ad essersi liberato, giacché Egli è sempre stato l’unica vera realtà del mistico, l’unico essere eternamente reale. Non può esservi dubbio che proprio questa sia una delle interpretazioni mistiche dell’affermazione di Cristo secondo cui Egli stesso è l’Alfa e l’Omega.

Tratto da: Giovanni M. Tateo Posted 26 mercoledì ottobre 2011 by sargilgamesh in ORIZZONTI TRADIZIONALI di Centro Studi Paradêsha

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Archetipi e Simboli – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 2di2 by Kuphasael Thorosan

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ARCHETIPI E SIMBOLI – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 1di2 by Kuphasael Thorosan

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La Scala per la Luna

La Scala per la Luna (K.T.)

Quanto segue è il mio commento sul simbolo della scala in un “gruppo” – di cui ovviamente non faccio il nome ed in cui vengono postate, per la verità, cose bellissime, grazie alle citazioni dei maestri del passato – con un piccolo, come dire, inghippo: coloro che postano, indefessamente, non si prendono mai una piccola pausa di riflessione per commentare i loro thread, si limitano a toccare il tasto del “mi piace”, nella migliore delle ipotesi. Scelta legittima ovviamente, ma discutibile dal mio punto di vista. Il mio commento nasce proprio dall’aver osservato questa caratteristica e dall’aver sottolineato che forse una piccola pausa avrebbe permesso di chiarire le parole dei “maestri”.

GrandSheikh dell’Ordine Sufi Naqhsbandi parla per bocca di Sheikh Nazim alHaqqani:
«Non abbiamo la pretesa di raggiungere tutte le stazioni celesti, come risultato delle nostre pratiche; facciamo solo ciò che è in nostro potere di fare e, in realtà, raggiungere lo scopo per mezzo delle nostre pratiche è come cercare di raggiungere la luna per mezzo di una scala. Anche se legassi assieme tutte le scale del mondo non potresti raggiungerla: è impossibile! Dobbiamo comunque provare, perché può darsi che, una notte, dalla luna discenda una scala per congiungersi alla nostra, allora ci sarà possibile salire, ma che noi possiamo costruire su fino alla luna, quello mai, dobbiamo comunque compiere il nostro dovere. Allah dice che fare il proprio dovere è la causa del nostro raggiungere i cieli, ma dovete sapere che questo non è sufficiente. Sappiamo che le scale vanno verso l’alto, ma non fino alla luna. Questo è il significato preciso della Tarîqat. Noi non inganniamo la gente: se uno lavora con sincerità, il nostro Signore può mandare una scala in ogni momento dalla luna per portarvi su, ma dovete fare il vostro lavoro, avere fiducia nel Signore!» [LA SCALA PER LA LUNA da “Mercy Oceans” di Sheikh Nazim alHaqqani].

MIO COMMENTO all’archebolo della “scala”

La Scala per la Luna (K.T.)

Vorrei soffermarmi brevemente sul punto in cui GrandSheikh parla delle “scale” e della “scala” che scende dalla luna. È vero, è proprio vero! Tutte le “Vie”, sotto qualsiasi forma si presentino, servono a costruire “scale”, ma neanche tutte le “scale” di questo mondo, legate assieme, possono permettere a chiunque di raggiungere la “luna”. Soltanto una scala proveniente dalla “luna” può fare in modo che ciò avvenga.
La domanda è: «come faccio a riconoscere che le scale costruite siano conformi a quella proveniente dalla “luna”?» Perchè in caso contrario, c’è il rischio che non si riesca a riconoscere la scala “vera”, ma questa è una altra storia.
Il linguaggio dei Maestri è sempre chiaro, limpido, diretto, illuminante, perché fa uso di archeboli o simboli semplici. Essi (i simboli o gli archeboli semplici) hanno il vantaggio di rivolgersi a tutti, indistintamente, penetrano nei cuori direttamente senza tanti fronzoli, hanno il vantaggio dell’immediatezza e della chiarezza. Cosa c’è di più diretto, istantaneo, chiaro, dell’archebolo di una “scala”? Il rovescio della medaglia, cioè lo svantaggio, è che tutti pensano di aver compreso. Effettivamente tutti comprendono, soltanto che la comprensione avviene al livello “letterale”, volendo esagerare a livello “emotivo”, quasi mai, per non dire mai, a livello “spirituale”.
Affinché la comprensione, e mi limito alla comprensione, avvenga a livello spirituale c’è bisogno di duro “lavoro”, di molto “studio”, alcuni Maestri direbbero di “preghiera” profonda, altri di “meditazione” continua, ma la sostanza non cambia, se non sei completamente coinvolto, se tutto il tuo essere non è pronto, non soltanto non riuscirai a riconoscere la “scala”, ma neanche il “gradino”.
Soffermati sull’archebolo della “scala”. Leggendo il brano di cui sopra, ovvero ascoltando il Maestro che parla di scale, qual è l’associazione che ti viene in mente?

< Una scala serve per salire. Nel brano di cui sopra è evidente, quindi, che l’associazione con il salire sia funzionale al raggiungimento della luna.>

Eh, già! Non ti viene proprio in mente che possano esserci altri significati nascosti, vero?

Mi ricordo ancora del giorno in cui dovetti tradurre in persiano un versetto di Hafiz, che era stato citato in inglese da un eminente magistrato britannico, che ero andato a consultare in compagnia di uno dei miei associati.
Il giudice disse: «Questi versi mi hanno sempre impressionato per la loro chiarezza; li ritraduca in persiano per il suo amico».
Il Sufi afgano, che era appena arrivato in Inghilterra, manifestò il suo stupore.
«Lei dice che quest’uomo è un giudice?», mi chiese.
Gli confermai che quello era il suo mestiere, e che aveva insegnato Diritto.
«Gli chieda se in questi versi ci sono altre cose, oltre ai sentimenti che provocano la sua ammirazione», mi disse il Sufi, affascinato.
«No, non c’è nient’altro», tagliò corto il magistrato.
Allora il Sufi citò il seguente racconto di Rumi.
«Le parole», disse un giorno un grammatico a un derviscio, «sono tradizionalmente divise solo in tre categorie». Il derviscio si mise ad urlare e a strapparsi i vestiti. Quando si fu un po’ calmato esclamò:
«E dire che avevo sempre sperato che ce ne fosse un’altra!».
Quando la storia fu terminata, il magistrato mostrò qualche segno di agitazione.
«Cosa mi avete detto a proposito di Sua Eccellenza? Che è…?»
«Direttore della Zecca Reale Afgana a Kabul”, gli ricordai.
«Ah, già … un altro di quegli individui complicati.». [“Tre categorie soltanto” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

La Scala per la Luna (K.T.)

Non ti sfiora mai il pensiero che il termine “scala” possa riferirsi anche ad altri accezioni? Ti sei mai soffermato sugli usi alternativi di un vocabolo? Ti sei mai posto il problema della lingua originaria da cui un brano è stato tradotto? Hai mai sospettato che un termine in lingua “sacra” assuma differenti significati? Ti sei mai occupato di metodi di traslitterazione dalle lettere in numeri e dai numeri in lettere? Hai mai intravisto il vero potenziale delle parole, cioè il loro potere di evocare l’essenza della cosa nominata? Ti è mai passato per l’anticamera del cervello il pensiero che i Maestri del passato – ma anche quelli del presente e del futuro – fossero dei gran burloni ed amassero velare la realtà? Ti sovviene che il termine scala si possa usare anche per indicare le sette note musicali?

< Ma cosa cavolo c’entrano adesso le note musicali? >

C’entrano, c’entrano, fidati.
E la scala dei colori?

< Pure i colori? Che palle!>

E mi limito a ciò che puoi ottenere, come dico spesso, “senza saper leggere e scrivere”.

< Figurati “se sapessi leggere e scrivere”!?!>

Eh, già: figurati! Ma tu non ami essere complicato come il giudice del racconto di cui sopra, vero?
Fai attenzione, secondo te, bisogna sempre utilizzare archeboli o simboli semplici per arrivare al cuore dell’essere?

< Boh … immagino di sì. >

Immagini male! La risposta è sempre sì, no, forse.
Sì, se vuoi toccare indistintamente l’anima ( e sottolineo l’anima, non lo spirito, quello non lo puoi toccare) di tutti gli esseri, allora l’archebolo o il simbolo semplice è la scelta obbligata.
No, se vuoi che non si crei confusione, cioè se vuoi fare una selezione tra coloro che ascoltano, ovvero se non pretendi di rivolgerti a tutti indistintamente, ma soprattutto se non vuoi creare “false” comprensioni, allora non devi utilizzare l’archebolo o il simbolo semplice.
Forse, se comprendi cosa sia un archebolo o un simbolo, quale sia la sua applicazione, come si manifesta, come agisce nell’essere, perché usufruirne, quando avvalersene, per chi utilizzarlo, allora sarai in grado, all’occorrenza, di far uso di archeboli o simboli semplici e di quelli meno semplici, ossia complessi ovvero composti.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [“Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

< In questo caso, tu, cosa avresti proposto come archebolo complesso? >

L’ho detto all’inizio: il limite! Ricordi?

Puoi aver messo lungo la via tutti i passi che vuoi,
puoi esserti massacrato con preghiere, con esercizi spirituali e karmici,
puoi avere tutti i soprannomi che ti piacciono,
puoi avere tutti i riconoscimenti di questo mondo,
puoi essere chiamato maestro in tutte le lingue del passato, del presente e del futuro,
è del tutto irrilevante ed ininfluente,
sei ben misera cosa,
non c’è alcuna differenza tra te e l’ultimo degli esseri,
se non avviene il passaggio al limite. [K.T.]

Il limite è l’archebolo che meglio di qualsiasi altro si presta per spiegare la scala che proviene dalla luna. Come tutti gli archeboli complessi però non è adatto a toccare il cuore di tutti, ma chi meglio del limite ti permette di comprendere le parole del Maestro. L’archebolo complesso non presenta lo svantaggio delll’archebolo semplice, cioè che tutti pensano di comprende, mentre, in realtà, hanno compreso solo in senso letterale, se tutto va bene.
Ora, vorrei tu facessi veramente molta attenzione, secondo te esistono realmente archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi?

< Ma sei scemo? Certo che esistono archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi, sei tu che ne hai parlato. Ad esempio, la scala è un archebolo semplice, mentre il limite è uno complesso. >

Hai orecchie per udire, ma non senti; hai occhi per guardare, ma non vedi; hai una mente per pensare, ma non rifletti.
Sei sempre alla ricerca di una facile soluzione, sei sempre disposto ad accettare una confortevole risposta, ma come disse il Maestro secoli fa: «la soluzione al problema non è mai in una facile risposta».
Sei preda soltanto delle tue sensazioni, delle tue emozioni. Il cavallo va ora di qua, ora di là, libero, a briglia sciolte. Che fine ha fatto il cocchiere? Dove è andato il padrone?
Ti piace riempirti la bocca di dolci frasi, di odorare meravigliose fragranze, di toccare morbidi guanciali: amore, dolcezza, bontà, gentilezza.

Mi chiamate cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, taoista, induista, oppure gnostico, per farmi arrabbiare e sentirvi soddisfatti.
Alcuni si definiscono cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, taoisti, induisti, oppure gnostici, per procurarsi altre emozioni.
Benissimo, se cerchiamo termini emozionanti, io vi chiamerò “adoratori del diavolo”. Questo dovrebbe procuravi un’agitazione, che per un certo tempo vi appagherà. [Par. Zabardast Khan, Maestro Sufi]

Quando smetterai di rincorrere il suono delle campane? Quando smetterai di guardare il colore del bicchiere? Jalâl âlDîn Rûmî disse: «impara la differenza tra il colore del vino ed il colore del bicchiere». Io dico di andare oltre: «dimentica il colore del vino e quello del bicchiere, concentrati solo sull’essenza del bicchiere».

Nella “stanza d’attesa” di un Maestro, c’erano cinque Discepoli. Il Maestro uscì dalla sua stanza, mise un bicchiere con dell’acqua sopra un tavolo presente nella stanza e disse: «Cosa è?». Il primo Discepolo osservò il bicchiere e disse: «E’ mezzo vuoto». Il secondo disse: « E’ mezzo pieno». Il terzo disse: « E’ sia mezzo vuoto sia mezzo pieno». Il quarto disse: «non è né mezzo vuoto né mezzo pieno». Il quinto alzò il bicchiere, bevve, ed esclamò soddisfatto: buona! Quindi mise il bicchiere a testa in giù. Il Maestro rovesciò il tavolo su cui era presente il bicchiere. Dopo guardò il quinto Discepolo e risero. [K.T.]

Non esistono simboli o archeboli semplici ovvvero complessi! Esistono soltanto archeboli o simboli apparentemente semplici ovvero apparentemente complessi.

Solo l’ARCHETIPO è!

L’archebolo che è manifestato non è l’ARCHEBOLO. Il simbolo che è disegnato non è il SIMBOLO. La scala, il limite, o qualsiasi altro accidente ti venga in mente, sono l’archebolo. Sarà poi il tuo essere a dargli vita. In funzione del livello del tuo essere si svilupperà  l’archebolo.

I tre pesci

Prima versione: si racconta che Hussein, nipote di Maometto, trasmise questa storia-insegnamento ai Khwajagan (i ‘Maestri’) che nel xrv secolo presero il nome di Naqshbandi. Talvolta la storia si svolge in un ‘mondo’ chiamato Karatas, il Paese della Pietra Nera. Questa versione è quella di Abdal (il ‘trasformato’) Afifi, che la ricevette dallo sceicco Mohammed Asghar, che morì nel 1813. La sua tomba si trova a Delhi.

1. C’erano una volta tre pesci che vivevano in uno stagno: uno era intelligente, un altro lo era a metà e il terzo era stupido. La loro vita era quella di tutti i pesci di questo mondo, finché un giorno arrivò un uomo.
2. L’uomo portava una rete e il pesce intelligente lo vide attraverso l’acqua. Facendo appello all’esperienza, alle storie che aveva sentito e alla propria intelligenza, il pesce decise di passare all’azione. “Dato che ci sono pochi posti dove nascondersi in questo stagno, farò finta di essere morto”, pensò. Raccolte tutte le sue forze, balzò fuori dall’acqua e atterrò ai piedi del pescatore, che si mostrò piuttosto sorpreso. Tuttavia, visto che il pesce tratteneva il respiro, l’uomo lo credette morto e lo ributtò nello stagno. Allora il nostro pesce si lasciò scivolare in una piccola cavità sotto la riva.
3. Il secondo pesce, quello semintelligente, non aveva capito bene quanto era accaduto. Raggiunse quindi il pesce intelligente per chiedergli spiegazioni. “È semplice”, disse il pesce intelligente, “ho fatto finta di essere morto e così mi ha ributtato in acqua”. Immediatamente, il pesce semintelligente balzò fuori dall’acqua e cadde ai piedi del pescatore. “Strano”, pensò il pescatore, “tutti questi pesci che saltano fuori dappertutto!”. Ma il pesce semintelligente si era dimenticato di trattenere il respiro, così il pescatore si accorse che era vivo e lo mise nel suo secchio. Riprese quindi a scrutare la superficie dell’acqua, ma lo spettacolo di quei pesci che atterravano sulla riva, ai suoi piedi, lo aveva in qualche modo turbato, sicché si dimenticò di chiudere il secchio. Quando il pesce semintelligente se ne accorse, riuscì faticosamente a scivolare fuori e a riguadagnare lo stagno a piccoli salti. Andò a raggiungere il primo pesce e, ansimando, si nascose accanto a lui.
4. Ora, il terzo pesce, quello Stupido, non era naturalmente in grado di trarre vantaggio dagli eventi, neanche dopo aver ascoltato il racconto del primo e del secondo pesce. Allora riesaminarono ogni dettaglio con lui, sottolineando l’importanza di non respirare quando si finge di essere morti. “Molte grazie, adesso ho capito!”; disse il pesce stupido, e con quelle parole si lanciò fuori dall’acqua e andò ad atterrare proprio accanto al pescatore. Ora, il pescatore, che aveva già perso due pesci, lo mise subito nel secchio senza preoccuparsi di verificare se respirava o no.
5. Poi lanciò ancora ripetutamente la sua rete nello stagno, ma i primi due pesci erano ormai al sicuro nella cavità sotto la riva. E questa volta il suo secchio era ben chiuso. Il pescatore finì per rinunciare. Aprì il secchio, si accorse che il pesce stupido non respirava, lo portò a casa e lo diede da mangiare al gatto.

Seconda Versione: Kalila e Dimma. Fiabe indiane di Bidpai. C’è chi sostiene che questo libro (il famoso Panciatantra, cinque libri di saggezza indiana) abbia girato il mondo ancor più della Bibbia, visto che nel corso dei secoli è stato tradotto ovunque, dall’Etiopia alla Cina. Di sicuro i racconti di Bidpai si ritrovano nella cultura popolare della maggior parte dei Paesi europei, almeno quanto in quella orientale. La Fontaine e Esopo, così come alcuni racconti sufi con protagonisti animali, devono molto alle “favole di Bidpai”; Il racconto dei “Tre Pesci” della prima versione è chiaramente tratto dal Libro di Kalila e Dimma, versione rielaborata dallo scrittore arabo Ibn al-Muqaffa’ (721-757) dell’originale Panciatantra. È in questa nuova veste, ovviamente con adattamenti e ritraduzioni locali, che raggiunse tutta l’Europa.

Tre grassi pesci – pesce saggio, pesce scaltro e pesce scemo vivono in un profondo laghetto vicino all’ansa di un fiume. Sono grassi perché, essendo in tre, sono i dominatori incontrastati del loro ambiente. Divorano all’istante tutti i pesci più piccoli che risalgono il canale che unisce il fìume al laghetto. Anche tritoni, salamandre, anguille, insetti, sanguisughe, lumache, ragni, serpenti o rane che indugiano troppo a lungo nel laghetto hanno buone probabilità di finire nella pancia di uno dei tre compari. Siccome il lago è nascosto e isolato, nessun predatore li infastidisce. Le cose vanno avanti cosl, finché un giorno due uomini che stanno pescando nel fiume scoprono per caso il laghetto e si mettono a osservare i tre grassi amici.
«Anche i pesci si accorgono degli uomini. Guardando fuori dall’acqua ne vedono uno che li indica uno dopo l’altro muovendo svelto un dito. Il suo compagno si lascia scappare un fischio d’ approvazione. Sorridono compiaciuti e speranzosi, in preda a un eccitazione quasi infantile. Un pescatore chiude gli occhi e si lecca le labbra beato. L’altro batte la spalla dell’amico e gli mostra dove possono gettare con il massimo profitto le reti, fingendo di lanciare e ritirare una rete nelle acque del laghetto. Per un po’ i due continuano a confabulare eccitati, poi si calano dalle spalle le reti, le stendono sopra a delle rocce nelle vicinanze e si concentrano sui preparativi.
«Pesce saggio cerca subito di mettersi in salvo. Senza nemmeno salutare gli altri, attraversa il laghetto con gran vigore. Le pinne scintillanti e il corpo che guizza veloce agitano l’acqua lasciando una scia spumeggiante. Si tuffa nello stretto immissario che porta al fiume facendo un gran trambusto e presto scompare dalla loro vista.
«Efficace, ma non troppo elegante» sottolinea pesce scaltro, riprendendosi in fretta dallo stupore per l’improvvisa fuga di pesce saggio.
«Dove va?» chiede pesce scemo. «Perché tutta questa agitazione?»
«Amico mio» spiega adagio «presto arriveranno gli uomini con le reti e dobbiamo escogitare un piano per essere più scaltri di loro, altrimenti ci prenderanno».
«”Come fai a saperlo?» chiede con diffidenza pesce scemo. «Magari quei signori sono solo osservatori di pesci e non vogliono farci del male. E poi io so nuotare meglio di un uomo! Questo laghetto è profondo e mi posso nascondere sul fondale».
Pesce scaltro riprova con estrema pazienza a spiegargli la situazione: «Le reti da pesca hanno dei pesi lungo il bordo e possono raggiungere il fondo del laghetto. I pescatori sono assai abili, sanno come lanciare le reti e dragare il fondo i pesci grossi come noi non hanno scampo. Dobbiamo fare qualcosa, e presto!».
«Bene, sono sicuro che sarà molto interessante» dice pesce scemo, un po’ infastidito dal tono da maestrino di pesce scaltro. «Ma adesso ti dico cosa ho intenzione di fare: schiaccerò un bel pisolino, proprio cosl! Tutto questo ciarlare mi fa venire sonno. Io non li vedo gli uomini. Non vedo nessuna rete. Comunque, dormirò sul fondo – non si sa mai. Grazie per i consigli. Intanto, tu fai a modo tuo che io faccio a modo mio». E con un primo dignitoso colpo di coda, seguito da molti altri, pesce scemo si dirige verso il fondale per il suo sonnellino.
Pesce scaltro, ormai solo, fluttua quasi immobile. Mentre riflette, continua a sprofondare. «Come muoversi e quando? Questo è il problema», rimugina fra sé, e di tanto in tanto una bolla gli scivola fuori dalle labbra e risale ondeggiando lentamente verso la superficie, dove esplode quasi impercettibile. «Devo analizzare questa spiacevole situazione con estrema cura» pensa. Il suo astuto cervello da pesce sa come procedere: «Individuare in modo sistematico tutte le variabili; esaminare con cura le tattiche possibili; ideare creativamente
una strategia di fuga inedita. Le rotelle della sua mente girano a velocità vorticosa. Più si concentra, più scivola verso il fondo. Alla fine decide di esplorare l’immissario del fiume.
«Bisogna avere informazioni precise prima di formulare ipotesi» arguisce mentre nuota. Ma quando arriva al canale scopre che gli uomini, messi in allarme dalla fuga rumorosa del pesce saggio, hanno sbarrato l’uscita con le reti. Attraversa il laghetto per controllare l’altro canale. Niente da fare: chiuso anche quello.
«Maledizione» dice fra sé, e comincia a girarsi attorno impaurito e confuso. Poi sente un tonfo, si volta e vede alle sue spalle un velo di reti da pesca che sprofonda con eleganza nell’acqua. «Maledizione!» ripete. «Maledizione, maledizione! Perché ho sprecato cosl tanto tempo? È spaventoso! Adesso cosa faccio?»
Fortunatamente nesce a controllare l’agitazione ripetendo una delle sue massime preferite: «Il panico non serve a nulla». Poi, mentre cerca ulteriore conforto, ricorda un altro detto e scoppia a ridere declamando a voce alta: «La tensione è il miglior stimolo per la mente». ·
«A quel punto, come per magia, dentro alla sua portentosa testa di pesce matura un piano brillante. Si tuffà rapidamente verso il fondo del laghetto. «Arrrivano le reti! Arrivano le reti!» urla a pesce scemo che se ne sta lì insonnolito.
«Oh, piantala!» risponde pesce scemo voltandosi dall’altra parte. «Lasciami in pace.»
Pesce scaltro scava con la bocca un grosso pezzo di fanghiglia maleodorante dal fondo e se ne riempie le fauci. Finisce quasi soffocato per l’orrore. Tornato a pelo d’acqua si rigira e si lascia andare alla deriva come un morto, con la pancia bianca rivolta verso il sole. Nel frattempo i pescatori cominciano a dragare sistematicamente il laghetto; lanciano e ritirano le reti battendo il fondale a tappeto. Notano pesce scaltro che galleggia a pancia all’aria sulla superficie e lo tirano a riva. Uno dei due lo afferra per la coda e lo annusa. «Puah! Bleah!» strilla. «Questo è già morto e putrefatto» e lo scaraventa a terra.
Con la bocca colma dell’orribile fanghiglia, pesce scaltro trattiene il respiro il più a lungo possibile. Quando gli uomini si rimettono al lavoro, procedendo a piccoli guizzi raggiunge uno dei canali oltre le reti, piomba in acqua con un tonfo sonoro, sputa l’orrido fango e si precipita al riparo nel fiume.
«Pesce scemo continua a dormire, ignaro di tutto. Russa producendo una sottile scia di bolle che gli sale dritta sopra la testa, finché la rete non gli si chiude addosso. A quel punto
si sveglia per vivere l’ultimo incubo.
«Cosa? Cosa sta succedendo?» urla disperato mentre gli uomini lo issano fuori dall’acqua esultanti. Nonostante cerchi di opporsi con tenacia, pesce scemo non ha via di scampo. Gli uomini lo stordiscono con una bastonata e lo portano a casa dalle loro famiglie per trasformarlo in una smisurata frittura. In seguito raccontano interminabili storie sui «due enormi pesci che ci sono scappati», ma nessuno dà loro retta.