Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno

Per poter fornire una possibile interpretazione dei termini archetipo, simbolo,  segno, per non parlare dell’archebolo (neologismo coniato impunemente dal sottoscritto) devo liberarli dei vari lacci e lacciuoli dovuti alla psicoanalisi, alla psicoanalitica e alla filosofia[1], al fine di non tarpargli le ali. Con questo non intendo dire che la visione fornita dalla psicoanalisi, dalla psicoanalitica o dalla filosofia non sia importante e che non meriti di essere approfondita. Lungi da me un simile pensiero. Intendo solo affermare che, restringendo il loro significato alle “discipline” di cui sopra, c’è il rischio di chiudere in gabbia un’animale che va, invece, osservato libero, nel suo ambiente naturale.

Apri il vocabolario etimologico, fonte inesauribile di tesori nascosti, e cerca archetipo. Troverai che deriva dal greco archétypos (ὰρχέτυπος), composto da arché (ὰρχέ), “principio”, e týpos (τυπος), “tipo”, “idea”, “esemplare”, per cui il suo significato è all’incirca quello di “idea primaria”, “tipo originario”, o meglio “principio tipo”, “principio che ha valore di esempio”.
<Che diavolo è una “idea primaria” o un “tipo originario” o ancora “principio tipo”?>
Hai intuito subito che l’archetipo rappresenta qualcosa di complesso, non facilmente individuabile e di non semplice interpretazione. La cosa certa è che l’archetipo non è vincolato al tempo e allo spazio, non dipende cioè da fattori storici o geografici. L’archetipo è puro “spirito”. L’archetipo non puoi percepirlo con i sensi. L’archetipo non ha colore (non puoi vederlo), non ha suono (non puoi udirlo), non ha sostanza (non puoi toccarlo), non ha odore (non puoi percepirlo con l’olfatto),  non è piacevole o spiacevole, non è buono o cattivo (non puoi gustarlo), non è razionale (non puoi percepirlo con la ragione) e neanche irrazionale, quindi non è bello o brutto. L’archetipo è sovrarazionale non, appartiene alla realtà “ordinaria”; l’archetipo appartiene alla realtà “vera”, è un concetto “assoluto”.

Alla base e più in là dell’universo, del tempo, dello spazio e delle mutazioni, si trova la verità fondamentale, la realtà universale, l’assoluto. [Il Kybalion]

<Qual è la differenza tra archetipo, inteso come “idea primaria”, e “concetto primitivo”, sembrano sinonimi?>
Dal punto di vista etimologico, si potrebbe anche affermare che siano tali, essendo il termine “idea” assimilabile al termine “concetto” e l’aggettivo “primario” all’aggettivo “primitivo”, ma l’interpretazione che intendo dare alla parola archetipo è quella di “principio tipo”. Voglio dire che l’archetipo ha carattere “universale”, mentre l’altra interpretazione ha, semplicemente, carattere “individuale”. In tale accezione un concetto primitivo può sempre essere visto come un archetipo, non vale ovviamente il viceversa. Mi rendo conto di essere troppo ermetico, ma – per il momento – accontentati, in seguito sarò più esauriente ed esplicito.

La parola simbolo, deriva dal greco sýmbolon (σύμβολον), “segno di riconoscimento”, derivato dal verbo symbállo “mettere insieme”, composto di sýn (σύμ), “con”, “insieme” e bállo (βάλλω) “mettere”, “gettare”. Si deduce che il simbolo è qualsiasi segno (da interpretarsi nel senso più ampio possibile, quindi qualsiasi oggetto, gesto, suono, odore, statua o altra cosa come mito, fiaba, leggenda, favola, ma anche un soggetto vivente) che mette insieme.
<Mette insieme cosa? Che cosa viene unito dal simbolo? E poi, quanti e quali “pezzi” servono per “mettere insieme”? Il simbolo, allora, non è unico e univoco?>
Ecco le domande tipiche della mentalità razionale dell’Occidente, classicamente basata sui segni, tanto da confonderli con i simboli.
Il simbolo mette insieme il cosmo della realtà intima dell’uomo, quello che, in modo impreciso, viene indicato come il microcosmo, e il cosmo al di fuori della realtà intima dell’uomo, quello che, sempre in modo impreciso, viene individuato come il macrocosmo.  Per inciso cosmo significa “ordine” ed è composto di archetipi. Mentre il mondo, l’universo, è una rappresentazione del cosmo, è composto di simboli, ed è soggetto all’entropia ossia al disordine, per lo meno così appare ai nostri sensi.
<Non vorrei apparire un rompiscatole, ma non è molto chiaro.>
Hai ragione, non è molto chiaro. Prima di ampliare il significato di simbolo, però, vorrei soffermarmi sul termine segno, apparentemente simile al simbolo, in realtà distante da questi.

La parola segno deriva dal greco semeion (σημεῖον) o sema (σῆμα), da cui il latino signum, a cui è associato il verbo signàre, “segnare”, ma anche “contrassegnare”, “marcare”, “notare”; “delineare”, “disegnare”, “firmare”.  Il segno serve, dunque, a marcare, a delineare, a separare, ciò che viene rappresentato da ciò che non lo è; in un certo senso, il segno ritaglia, dall’ambiente circostante,  la cosa indicata.[2]
Pensa a un segnale stradale (ad esempio al “divieto di sosta”), oppure a tutti i segni che puoi incontrare in una stazione di servizio (ad esempio la “figura della pompa di benzina”), ovvero a quelli che puoi vedere in  un albergo (ad esempio l’immagine di un piatto con posate annesse, alludente chiaramente al ristorante). Soffermati sui marchi di fabbrica, sulle insegne, su tutte le abbreviazioni per identificare un’organizzazione (ONU, UNESCO, FIFA). Tutti questi non sono simboli, sono semplici segni che servono appunto a indicare, a marcare, a individuare qualcosa di specifico, non sono legati all’archetipo, sono semplici icone prive di valenza archetipica. Hanno un solo scopo: denotare gli oggetti cui sono riferiti. È per convenzione, e quindi riconoscimento comune, che essi acquistano un significato, ma in sé non sono descrittivi, non più di quanto un “cavallino rampante” ovvero un “cerchio con tre raggi” possa descrivere un complesso sistema tecnologico rappresentato dalla Ferrari ovvero dalla Mercedes.
Tutt’altra cosa è il simbolo!
Con questo non intendo ovviamente affermare che un segno non possa essere “letto”, “visto”, “interpretato”, “utilizzato” come un simbolo. Pensa, ad esempio, al segno della X nel “divieto di sosta” o nell’operazione di “moltiplicazione”, oppure al segno della croce + che indica la “Croce Rossa” o l’operazione di addizione, ovvero al “cerchio con i tre raggi” identificante la Mercedes, tutti questi segni possono tranquillamente essere visti, utilizzati come simboli, infatti su di essi la bibliografia si spreca. Viceversa non è detto che un simbolo non possa diventare un segno, anzi molti di essi sono nati prima come simboli e dopo come segni. Considera i tre simboli di cui sopra, oppure quello del caduceo, che è identificato da tutti come il “segno della farmacia”, questi simboli sono ovviamente diventati segni solo in un secondo momento.
<Se ho capito bene, non c’è una grande differenza tra un segno e un simbolo.>
Non hai capito affatto bene! Anche se alcuni di essi possono essere interscambiabili, non significa che vi sia uguaglianza, oppure similitudine e, neanche, analogia. Segno e simbolo hanno in comune soltanto una cosa.
<Quale sarebbe?>
Sono stati creati dall’uomo!
Al riguardo, per non ingenerare confusione – anche se non dovrebbe nascere – ho pensato “bene” di creare un neologismo[3], che dovrebbe tagliare la testa al toro: archebolo.
<Carino, suona bene, ma che cavolo è un “archebolo”?>

Il termine archebolo è composto dalle parole archetipo e simbolo, per cui è un archetipo-simbolo, cioè un archetipo richiamato da un simbolo, ovvero, se preferisci, un simbolo che richiama un archetipo.
<Insomma, per farla breve, invece di utilizzare la parola simbolo, hai introdotto un nuovo vocabolo.>
Non esattamente! Il termine simbolo è una restrizione del termine archebolo, che ha invece carattere universale. Il simbolo è il segno creato dall’uomo al fine di richiamare l’archetipo[4], mentre l’archebolo è una generalizzazione del concetto di simbolo e fa riferimento a qualsiasi cosa manifestata, vivente o non vivente, animata o non animata  possa servire per richiamare l’archetipo, ad esempio un uomo, un animale, un albero, una montagna, una pietra. Ovviamente nulla vieta di trasformare l’archebolo in simbolo, disegnando l’uomo, l’animale, l’albero, la montagna, la pietra, in altre parole utilizzando un segno che richiami gli archeboli di cui sopra.

Le informazioni dovrebbero essere come le gonne di una donna: abbastanza brevi da attirare l’attenzione, ma abbastanza lunghe per capire l’essenziale.

Il simbolo, per essere un archebolo, deve possedere la capacità di evocare, di sintetizzare, di sondare, di stimolare, di trasmettere la “vera” conoscenza, e questo in contrasto con la mera pratica della trasmissione di un’informazione. Le informazioni, ammesso e non concesso che siano vere, hanno una scarsa rilevanza se non vengono opportunamente decodificate, trasformate e filtrate. L’attuale civiltà sommerge l’uomo di informazioni, quasi sempre prive di valenza.

Un giornalista si reca in un paese sperduto sulle montagne per scrivere un articolo sui costumi di una popolazione ancora lontana dalla civiltà. Incontra un vecchietto e gli chiede di raccontargli un qualche evento memorabile del passato. Il vecchio racconta: «Bene! Anni fa il mio asino si era smarrito fra i monti, così io e i miei vicini, dopo aver fatto rifornimento di bottiglie di vino, per via del freddo, siamo andati a cercarlo. Dopo giorni di ricerca, finalmente, lo abbiamo trovato. Ci siamo presi una solenne sbronza e poi, ad uno ad uno, ci siamo fatti l’asino. Non può immaginare quanto ci siamo ci divertiti!»
Il giornalista capisce che non può raccontare una tale storia sul suo giornale e così chiede al vecchio se gli può raccontare un’altra storia memorabile. Questi, senza farselo ripetere due volte, racconta: «Bene! Una volta la moglie di un mio vicino si perse sui monti, così io e tutti gli uomini del villaggio, dopo aver fatto rifornimento di bottiglie di vino, per via del freddo, siamo andati a cercarla. La trovammo, ci siamo bevuti tutto il vino e, dopo, ad uno ad uno, ci siamo fatti la donna. Fu molto divertente!
Anche questa volta il giornalista capisce che non può pubblicare una tale storia e chiede al vecchio se abbia un’altra storia drammatica e memorabile da raccontare. Il vecchietto, dopo una breve pausa, con una lacrima che gli cola dal viso, con espressione triste, racconta: «Bene! Una volta io mi persi sui monti … »

<Volendo semplificare e sintetizzare, si potrebbe dire che l’archetipo genera l’archebolo, che è simbolizzato, poi, dall’uomo mediante un segno.>
Sì, mi piace! Quello che devi ricordare, comunque, è che ciò che vale, ciò che è detto per il simbolo, vale anche per l’archebolo, non è vero però che valga sempre il viceversa; inoltre non puoi entrare in rapporto diretto con l’archetipo, ma puoi percepire i suoi effetti per mezzo dell’archebolo o del simbolo, in altre parole l’archetipo si manifesta sul piano della realtà “ordinaria” attraverso l’archebolo, ma non devi assolutamente, categoricamente, tassativamente confonderlo con esso.

L’archetipo, che è immanifesto, si manifesta mediante l’archebolo. L’archebolo rende esprimibile l’archetipo, che è inesprimibile. L’archebolo permette di avere un’immagine dell’archetipo che altrimenti non sarebbe visibile. [F.A.K.T.]

Lo stesso archetipo può manifestarsi con differenti archeboli, quindi non è l’archebolo a produrre, a generare l’archetipo, ma viceversa. L’archetipo è la “linfa vitale” affinché l’archebolo abbia vita. L’archetipo è assoluto, l’archebolo è relativo. L’Assoluto non necessita del relativo, ma per potersi manifestare ha bisogno di esso. Il relativo ha bisogno dell’Assoluto per “giustificare” la sua esistenza.

Quando smetterai di adorare e amare la brocca? Quando comincerai a cercare il vino? Impara la differenza fra il colore del vino e il colore del bicchiere. [Jalâl âlDîn Rûmî]

La relazione esistente fra archebolo e archetipo puoi comprenderla meglio attraverso alcune metafore.
Come l’ancora viene impiegata per agganciare una nave al fondale di uno specchio d’acqua per far tenacemente presa su di esso, opponendosi al moto di deriva della nave, così l’uomo si serve delll’archebolo (ancora) per agganciare (archetipo) l’uomo alla realtà, per non mandare il “microcosmo” alla deriva nelle profondità del “macrocosmo”.
Come il microscopio è utile all’uomo per la sua capacità di ingrandire al fine di conoscere, comprendere, analizzare il micromondo ovvero la vita nelle sue piccole componenti, così l’archebolo (microscopio) grazie alla sua capacità di rendere visibile (archetipo) è un ausilio per l’uomo al fine di sondare, conoscere, comprendere, analizzare le componenti più nascoste, più profonde del “microcosmo”.
Come il telescopio per la sua capacità di avvicinare al proprio campo visivo oggetti altrimenti troppo distanti per poter essere interpretati, così l’uomo utilizza l’archebolo (telescopio) per la sua capacità di avvicinare a sé (archetipo) le componenti troppo lontane del “macrocosmo”.

L’archebolo è la saldatura, il punto d’incontro, il tramite tra la realtà “apparente” e la  realtà “vera”. [F.A.K.T.]

Gli archeboli sono le chiavi per aprire delle porte che permettono l’accesso alla “comprensione della vita”, alla “vera” natura dell’uomo, alla “vera” conoscenza.
L’archebolo, quindi il simbolo,  è interpretabile a tre livelli – che possono però diventare nove (il nove, a sua volta, può essere visto come sette o dodici, ma questa è un’altra storia, che potrò raccontarti solo in seguito) o, se preferisci, è un linguaggio a tre livelli, a cui corrispondono i tre livelli dell’esistenza o della realtà: letterale o materiale o corporeo, figurato o emozionale o animico, spirituale o archetipico o sacro o metafisico.

Letterale o materiale o fisico o corporeo, nel senso che l’archebolo o il simbolo corrisponde al significato che ha nell’uso comune, nel linguaggio comune, per esempio il significato che ha il simbolo ruota qualora sia associato alla “ruota di un carro”, oppure l’archebolo luce nell’espressione “la luce del sole”.

Figurato o emozionale o animico, nel senso che l’archebolo o il simbolo assume connotati metaforici e quindi, psichici, siano essi consci o inconsci, per esempio il significato che ha il simbolo ruota qualora venga associato al sole, oppure l’archebolo luce nella frase “ha una luce nello sguardo”.

Spirituale o archetipico o sacro o metafisico, nel senso che l’archebolo o il simbolo trascende i due precedenti piani, e assume connotati metafisici, direi oscuri (nel senso di nascosti) ed è percepibile solo agli occhi dell’iniziato; per esempio il significato che ha il simbolo ruota qualora sia associato alla “ruota della vita” oppure l’archebolo luce nella frase «l’io è la luce del mondo».

L’archebolo è, in sostanza, la conoscenza al di fuori della scrittura, ovvero della parola in generale. Le parole sono false, ingannevoli, danno luogo ad interpretazione, a fraintendimenti, quasi mai sono in grado di trasmettere un concetto essenziale. Per quanto uno possa essere bravo nell’uso della parola, padrone della lingua, non sarà, comunque, mai in grado di trasmettere la “essenza” della conoscenza, la “vera” natura delle cose. Per non dire poi che la parola può essere manipolata, utilizzata, sfruttata proprio al fine di ingannare. L’inganno non può mai avvenire con l’archebolo. Questo concetto è da sempre espresso da tutti i Cercatori di Verità, a qualsiasi latitudine e longitudine sulla terra, eppure l’uomo continua ad aggrapparsi alla parola, trascurando l’archebolo.

Fonte: capitolo “Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segni ” in nuova edizione di Zero, Infinito, Punto, Uno di F.A.K.T.

Note:
[1] Quando uso il termine filosofia intendo far riferimento al vocabolo inteso in senso moderno. Altra cosa è invece il termine in senso arcaico. Secondo una tradizione consolidata, sembrerebbe che ad aver usato per primo il termine filosofia (dal greco philèin, amare, e sophìa, sapienza) con un significato specifico, sia stato Pitagora, dicendo di se stesso di non essere un “sapiente”, ma solo un “amante della sapienza”.  Egli paragonava la vita alle grandi feste di Olimpia, dove alcuni convenivano per affari, altri per partecipare alle gare, altri per divertirsi e, infine, alcuni soltanto per “vedere” ciò che avveniva: questi ultimi erano i filosofi. Anche i moderni sostengono di essere “amanti di Sofia”, purtroppo si tratta di altra “donna” (un po’ di ironia non guasta).
[2]
La scienza che si occupa dei segni e del senso da attribuire loro si chiama “semiotica” (dal greco semeion [σημεῖον], appunto “segno”). Anche la “semiologia” (termine composta dal greco semeion [σημεῖον], “segno” e logos [λόγος], “parola”, “discorso”) studia i segni ma, a differenza della semiotica, si occupa prevalentemente di linguaggi verbali, o comunque attribuisce al linguaggio verbale un’importanza centrale. Anche la “semantica” (dal greco semantikos [σημαντικός], “significato”, derivato da sema [σήμα], “segno”), studia il significato dei segni ma con riferimento specifico alla parola scritta, per cui si può dire che è la scienza che si occupa del significato delle parole, delle frasi, dei testi.
[3] Con l’accompagnamento di tutti gli strali del caso da parte di quello che io considero un Maestro e che ha nome G. I. Gurdjieff: «Gli uomini oggi sono in parte consapevoli dell’instabilità del loro linguaggio. Ogni branca della scienza elabora la propria terminologia, la propria nomenclatura, il proprio linguaggio. Nel campo della filosofia, prima di usare una parola si cerca di precisare in che senso essa verrà usata; ma nonostante tutti i tentativi di dare alle parole un significato stabile nessuno finora ci è riuscito. Ogni scrittore si sente obbligato a elaborare la propria terminologia, e a cambiare quella dei suoi predecessori, per poi, alla fine, contraddirsi a sua volta. In breve, ognuno dà il proprio contributo alla confusione generale.»
[4]
Anche se così non dovrebbe essere. Il simbolo, in senso stretto, non è una creazione dell’uomo, in quanto è già presente nella manifestazione. Tutto ciò che è manifestato può essere preso come simbolo, purché correttamente compreso. Per non ingenerare confusione, però, ho introdotto di proposito il neologismo “archebolo”.

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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